Il fronte interno della Lega, che Matteo Salvini credeva di poter ricompattare con la consueta retorica del leader e con l'immancabile appuntamento di Pontida, si sta sgretolando sotto il peso di una fronda che trova ora un nuovo, inatteso alleato nella figura del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, il "Don Abbondio" del Carroccio che per mesi aveva scelto di restare defilato nella faida interna, ma che, come un fiume carsico, ha deciso di emergere e di schierarsi con i governatori del Nord, sedendosi al tavolo che i ribelli hanno chiamato a definire il futuro assetto del partito. La decisione di Giorgetti, che ha dell'incredibile per la sua tempestività e per la sua capacità di ribaltare gli equilibri interni, è il segnale che il malessere dei nordisti, che Salvini aveva liquidato come "qualche mal di pancia estivo", è in realtà una ferita profonda che rischia di diventare incolmabile, e che, come un boomerang, è tornata a colpire l'immagine di un leader che, dopo aver guidato il partito per quasi un decennio, si trova ora a dover fare i conti con una rivolta che, per la prima volta, coinvolge uno dei suoi fedelissimi e che mette in discussione la sua stessa leadership.

La mossa di Giorgetti, che ha dell'incredibile per la sua portata e che è stata accolta con un misto di sorpresa e di soddisfazione dai governatori del Nord, come Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, e dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, che da tempo guidano la fronda anti-Salvini, ha spostato l'asse del partito verso una linea più federalista e meno centralista, e ha aperto la strada a una possibile resa dei conti a Pontida, il 20 settembre, dove i ribelli potrebbero chiedere un congresso straordinario per eleggere un nuovo segretario e per ridare voce a quella "vocazione territoriale" che, a loro avviso, Salvini ha tradito con la sua deriva nazionalista e con la sua alleanza con Fratelli d'Italia. Il ministro dell'Economia, che con il suo peso specifico e con la sua esperienza politica rappresenta una figura di garanzia per il partito e per il governo, ha scelto di schierarsi con i ribelli non per una questione di poltrone, ma per una questione di identità, e per la convinzione che la Lega, per sopravvivere e per tornare a essere una forza di governo, debba ritrovare le sue radici e la sua anima nordista, che Salvini ha sacrificato sull'altare della sua ambizione personale e della sua fedeltà a Giorgia Meloni, la leader di un partito che, come un gigante, rischia di schiacciare il Carroccio e di trasformarlo in una sua appendice, marginale e priva di prospettive.Cesio Endrizzi
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