
La
prematura scomparsa del grande cantautore Pino Daniele, ha riproposto il tema
del rapporto particolare che lega Napoli con i propri figli. In un’intervista
rilasciata oltre 20 anni fa, Daniele affermò senza mezze misure di avere “un
rapporto di amore/odio con la città”, evidenziando un problema che si trascina
ormai da tantissimo tempo se pensiamo ai milioni di partenopei che in questi
anni sono stati costretti ad emigrare altrove per trovare la fortuna che hanno
poi avuto, o semplicemente per sopravvivere come ha fatto il sottoscritto.
Anche in questo caso, sono evidenti le contraddizioni ed il conflitto
sopratutto emotivo che anima quella parte sana di Napoli che non sopporta di
vedere sbattuta la propria patria in prima pagina, alla stregua del peggiore
dei mostri, insieme alle malefatte di chi da sempre ci fa portare “a nummenata”
e ci getta “o’ scuorno ‘n guoll”!
E
neppure di essere trattata alla stregua di un rinnegato, se solo osa porsi con
un atteggiamento molto critico nei confronti di quei concittadini che con il
loro deprecabile comportamento contribuiscono ad alimentare gli stereotipi e le
odiose etichette su Napoli.
Tornando
alle dichiarazioni forti di Pino Daniele, in questo articolo che inizialmente
confesso avrei scritto solo per evidenziare l’ennesima occasione d’oro gettata
alle ortiche dalla nostra classe politica sulla gestione dell’immagine di
Napoli e della Campania durante le festività natalizie che ci siamo appena
lasciati alle spalle, proverò ad analizzare cosa voglia esattamente dire un
“rapporto di amore/odio”. Nella consapevolezza che tutto quanto proverò a
scrivere potrebbe essere comunque riduttivo, non considerando tutti gli
aspetti.
Qualsiasi
figlio di Napoli ha un legame indissolubile ed ancestrale verso la propria
città natale, anche se si trova a milioni di chilometri di distanza. Nel mio
piccolo, ne sono un esempio. Anche se mi sono dovuto trasferire per esigenze
lavorative e non solo al Nord da ormai quasi 10 anni, guai a chi mi tocca Napoli.
Senza
voler mancare di rispetto per nessuno, reputerò per l’eternità l’antica
Partenope la città più bella del mondo. E del resto se il grande scrittore
tedesco Wolfgang Goethe disse “vedi Napoli e poi muori”, una ragione ci sarà.
Gli scorci panoramici con cui si può ammirare il lungomare ed il Vesuvio da
Posillipo e dal Vomero sono un qualcosa di ineguagliabile e di irripetibile.
Una storia secolare ed una serie di monumenti a cielo aperto che testimoniano
il passaggio delle tante dominazioni che si sono avvicendate nel corso degli
anni, rappresentano un tesoro di inestimabile valore che però purtroppo non si
è mai stati in grado, se non voluto e saputo adeguatamente sfruttare.
Perché
è proprio per questa ragione che esiste l’altra faccia della medaglia, ovvero
quella dell’odio. Un odio che però è quello tipico della persona innamorata e
che si sente tradita, perché ogni anno sono tantissimi i napoletani che sono
costretti a scappare via dalla propria terra natìa. Se ne vanno perché questa
città – e mi provoca un senso di profonda amarezza e dolore solo scriverne –
non fa davvero nulla per trattenere le forze sane. Ed anzi a volte addirittura
le maltratta! Esistono tantissimi casi di successo nell’imprenditoria e – come
esporrò più avanti – anche nel campo delle arti, di napoletani che hanno avuto successo una volta che se ne sono andati dalla propria città.



Francesco Montanino
Un
sistema clientelare, fatto di raccomandazioni quasi sempre volte a premiare gli
inetti e gli incapaci, unito ad un’omertà imposta dalla presenza del tumore
camorristico (autentico braccio armato – e non mi stancherò mai di ripeterlo –
di questo regime che ci asfissia da oltre 150 anni) e ad una classe politica
collusa e corrotta, sono le principali cause dei mali di Napoli che alimentano
anche la tendenza alla crescita ed alla proliferazione di atteggiamenti
prevaricatori, arroganti e furbeschi esercitati da quella parte di popolazione
che si sveglia con il solo intento di fregare il prossimo. Se è vero che sono
inaccettabili gli stereotipi con i quali veniamo giocoforza sempre descritti, è
pur altrettanto vero che non si può negare l’esistenza di un autentico
malcostume, ugualmente intollerabile basato sul ritenersi “più furbo degli
altri”. Un conto è l’arte di arrangiarsi che diventa una virtù preziosa nei
momenti più difficili, altro è invece carpire la buona fede altrui solo per uno
squallido tornaconto personale.
Fatta
questa opportuna premessa, adesso si potrà analizzare il rapporto di amore/odio
considerando il vissuto di quei grandi artisti che hanno dato lustro ed onore a
Napoli in tutto il mondo.
Anche
qui, parliamo di una storia secolare: partiamo dal grande compositore Enrico
Caruso che fu costretto ad andarsene in America per avere il successo che la
sua inconfondibile voce meritava, dal momento che la sua Napoli lo trattò assai
male. Preferii venire a trascorrere all’ombra del Vesuvio gli ultimi anni della
sua vita, provando anche a fare qualcosa per la città che di tutta risposta gli
dedicò un busto che come evidenziammo diversi anni fa versava in condizioni
pietose, visto che era sepolto da una coltre di immondizia!!!!

Per
avvicinarci ai nostri giorni, neanche Totò ed Eduardo De Filippo se la sono
passati poi molto meglio, anche se per diverse ragioni. Antonio De Curtiis,
ovvero il “principe della risata” è stato riabilitato solo una volta che è
morto, perché da vivo la sua impareggiabile comicità non trovava il favore
della critica e del pubblico. Una volta passato a miglior vita, tutti a
stracciarsi ipocritamente le vesti ed a decantarne l’incredibile ed indiscusso
talento. Oggi rappresenta uno dei miti di Napoli, insieme a quell’altro mostro
sacro che si chiama Eduardo De Filippo e che ha fondato una compagnia teatrale
ormai celeberrima in tutto il mondo. Non starò certamente qui a parlare dei
suoi capolavori, ma quel “fujetevenne” urlato ai quattro venti e rivolto a chi
non viene messo nelle condizioni di poter vivere a Napoli rappresenta un grido
di dolore che riecheggia ancora in maniera fortissima. E che a distanza di
anni, fa sempre male ammettere che purtroppo è ancora di strettissima
attualità.
Diverso
è il discorso che va fatto per Pino Daniele che dal punto di vista artistico ha
saputo, sulla scia di una tradizione che ci accompagna ormai da secoli, essere
un grande interprete della contemporaneità di Napoli. L’uomo di blues (così
come amava autodefinirsi) ha saputo mescolare suoni della tradizione napoletana
con altri stili musicali, dando vita a quel “Napolitan Sound Power” con il
quale si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tantissime le collaborazioni
anche prestigiose, che testimoniano le sperimentazioni e le contaminazioni
artistiche cui Daniele nel tempo ci ha abituati. Nulla a che vedere con
l’odioso e nauseante lamento neomelodico incarnato da quel Gigi D’Alessio, sul
quale avrò modo di dedicare più di una riflessione nel prosieguo di questo
articolo.

Resta
il rammarico per la prematura scomparsa di Pino Daniele perchè avrebbe ancora
potuto dire e fare tanto, dal momento che la classe non è acqua. E che lui
sotto quell’aspetto ne aveva ancora da vendere.
Così
come avrebbe – e qui nasce la critica – potuto e dovuto fare qualcosa di
concreto per la Napoli ,
di cui è stato ambasciatore in tutto il mondo e grazie alla quale ha avuto il
successo di pubblico e di critica che negli anni ha meritatamente ricevuto.
A
Roma, Renato Zero si battè per la fondazione di una struttura, chiamata “Fonopoli”, dove si
sarebbero potuti riunire tutti quelli che hanno la passione della musica, della danza e del
teatro, dimostrando di saper ricambiare il successo. Lasciando comunque una
testimonianza tangibile del proprio passaggio su questa Terra che niente e
nessuno potrà mai cancellare. Questo è uno degli appunti che mi sento di
muovere a Pino Daniele che ha deciso, come tutti sappiamo, di trascorrere gli
ultimi anni della sua purtroppo breve esistenza lontano da quella Napoli che
invece lo porterà per sempre dentro di se.
![]() |
| Il progettto di "Fonopoli" di Renato Zero |
Non
si può però, in questa sede, sottacere delle colpe lapalissiane della classe
politica (di ieri, come di oggi) che non fa proprio niente per alimentare
progetti di crescita e di sviluppo di una città bellissima, ma condannata a non
emanciparsi mai. Manca ad esempio un punto di aggregazione che possa far
conoscere ai giovani ed alle future generazioni la secolare cultura artistica
napoletana, dal momento che abbiamo avuto eccellenze in tanti campi. Ritengo
infatti che un popolo che non ha memoria storica, non potrà mai avere un futuro.
Come
avevo accennato, avrei voluto scrivere questo articolo semplicemente per far
notare a tutti come anche stavolta l’amministrazione comunale partenopea
guidata da Giggino De Magistris abbia perso l’ennesima occasione per favorire
il rilancio turistico di Napoli durante queste festività. Spiego subito il
perché.
Invece
di far esibire il solo Giggino “o’ stunato” (per gli amici, D’Alessio)
nell’imponente proscenio di Piazza del Plebiscito a Capodanno, il primo
cittadino avrebbe piuttosto potuto e dovuto creare un ricco cartellone
artistico e musicale, trasformando per l’occasione Napoli in un ideale punto di
riferimento per quei turisti affamati non solo di buon cibo, provenienti da
tutto il mondo.
La
mia idea era quella di riunire per inaugurare il 2015 tutti i cantanti
napoletani, in una piazza gremitissima di gente con uno spettacolo da vendere
attraverso un’abile operazione di marketing che avrebbe rimpinguato le esangui
casse comunali, senza andare – una volta tanto – ad incidere sulle svuotate tasche
dei cittadini.
Avrei
per l’occasione fatto esibire non solo il gracchiante D’Alessio, ma anche (e
solo per fare gli esempi che ora mi vengono in mente) Pino Daniele, James
Senese, Tullio De Piscopo, Massimo Ranieri, Enzo Gragnaniello, Nino Buonocore, Nino
D’Angelo, Tony Esposito, Edoardo ed Eugenio Bennato, in un palinsesto musicale
capace di soddisfare ed essere realmente rappresentativo di tutti i partenopei.
E siccome oltre ai moderni ed affermati interpreti della napoletanità musicale,
si affianca una tradizione altrettanto meravigliosa di canzoni classiche, anche
la Nuova Orchestra
Italiana di Renzo Arbore che ci avrebbe allietato con successi come “O’ surdato
‘nnamurato”, “O’ sole mio”, “Malafemmena” e chi più ne ha più ne metta.
Inoltre
a Napoli esiste un teatro, il “San Carlo” che è il più grande di Europa e che
tranquillamente – insieme ad altre strutture prestigiose esistenti in Campania,
in un progetto che avrebbe coinvolto la Regione – avrebbe potuto ospitare uno
spettacolare concerto di musica classica, che invece come tutti sappiamo si
tiene a Vienna e viene visto in televisione da un miliardo di persone in tutto
il mondo.
Provate
solo per un istante ad immaginare, l’incredibile ritorno in termini di
prestigio oltre che naturalmente economici, che la capitale del Sud e la Campania avrebbero potuto
avere, se solo qualcuno avesse avuto la brillante idea di concepire
un’operazione del genere.
Ed
invece, cosa resterà di queste festività natalizie e di fine anno? La
vergognosa chiusura al pubblico degli scavi di Pompei e la squallida esibizione
di Giggino “o’ stunato” D’Alessio ed i suoi ancora più inguardabili amici, in
quel di Piazza del Plebiscito a Capodanno! Rigorosamente a spese nostre, dal
momento che lo scempio musicale è stato pure finanziato dal Comune di Napoli!
![]() |
| Il Real Teatro San Carlo di Napoli |
Due
memorabili figuracce, che consegnano al mondo un immagine brutta e decrepita
della nostra terra, perché non è possibile (e qui mi rivolgo direttamente al
Ministro dei Beni Culturali, Franceschini) non poter accogliere chi si sobbarca
un viaggio lunghissimo per ammirare uno dei principali attrattori culturali
presenti sul nostro territorio, facendolo trovare desolatamente chiuso.
Così
come il sindaco esibizionista e prezzemolo De Magistris, lo scorso Ferragosto
poteva e doveva concepire qualcosa di ben più lungimirante ed ambizioso che non
un miserabile baccanale, ad uso e consumo di una “certa” parte di Napoli nella
quale non potrò mai identificarmi. Ci sarebbe molto da dire e da scrivere
sull’ambiguità da sempre mostrata da Giggino “o’ stunato” e dalle sue
frequentazioni di provenienza assai dubbia. Basti solo dire che questo
personaggio non perde l’occasione ed il tempo per dare una pessima immagine di
sé, non solo dal punto di vista artistico con una musica scadente e cafona ma
anche umanamente. Ho ritenuto piene di ipocrisia sia le sue dichiarazioni a
proposito dello scandalo della terra dei fuochi che le sue lacrime di
coccodrillo versate in occasione della scomparsa di Pino Daniele. Quando pure i
vasoli ed i sampietrini sanno benissimo che i rapporti fra questi due cantanti
sono sempre stati tutt’altro che idilliaci, ed hanno anzi alimentato un acceso
dibattito tra i rispettivi fan.
Del
resto, il D’Alessio che rappresenta la Napoli priva di valori e di riferimenti si pone
sulla scia, in quanto ad esibizionismo ed ipocrisia, del primo cittadino. Quel
Giggino “o’ magistrato” che in questi mesi è sempre stato oggetto delle nostre
critiche e che si è evidenziato più per iniziative a dir poco discutibili che
non per la reale concretezza nella risoluzione degli atavici problemi che
attanagliano la mia città.
L’avevamo
lasciato nel bel mezzo di una polemica scoppiata con il presidente del Calcio
Napoli, Aurelio De Laurentiis per l’annosa questione della gestione dello
stadio “San Paolo” che versa in condizioni pietose e che non è mai stato
oggetto di una seria opera di ristrutturazione dai tempi dei mondiali del 1990!
In un’altra sede mi riprometto di affrontare il problema della carenza delle
strutture sportive e del degrado di quelle esistenti a Napoli, che sono una
delle spine nel fianco di questa amministrazione comunale, incapace di dare
risposte serie alla cittadinanza.

E
buona solo ad autoproclamarsi inopportunamente “vincitrice”, così com’è
successo quando il Napoli ha recentemente conquistato la Supercoppa a spese
della Juventus. Premettendo che è sempre cosa buona e giusta vincere al
cospetto di una squadra che rappresenta il centralismo ed il ladrocinio
itagliani, oltre che essere l’ideale erede storico della metifica casata dei
Savoia, mi ha dato particolarmente fastidio che il sindaco di Napoli abbia
parlato in quell’occasione di “riscatto di un intero popolo”.
Una
parola che, a mio sommesso parere, potrà piuttosto essere scandita in maniera
forte e convinta soltanto quando a Napoli non ci troverò più una cartaccia per
terra, la gestione dei rifiuti sarà degna di una città civile, non esisterà più
la piaga della camorra e soprattutto l’andarsene altrove tornerà ad essere una
scelta, e non più una necessità come invece accade da tantissimi anni a questa
parte. E di strada per poter parlare di “riscatto”, Napoli ne deve ancora fare
tantissima.
Non
contento, lo stesso “sindachino” ha fatto altrettanto in occasione della morte
di Pino Daniele quando anche qui, non è un mistero che i rapporti fra l’attuale
amministrazione comunale ed il grande cantautore non erano proprio dei
migliori.
Ma
Napoli continuerà ad essere – come intonava il compianto cantautore – “una
carta sporca”, sino a quando i nostri concittadini non la smetteranno di eleggere
i soliti noti ed a fottersene altamente di un tesoro, il cui potenziale aspetta
solo di essere adeguatamente utilizzato!





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