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| Il prof. Marco Bassani |
La
piazzata di Matteo Salvini a Roma, a fianco delle formazioni di destra e di
estrema destra, ha di fatto messo la parola fine al grande inganno perpetrato
dalla Lega Nord nei confronti dell’universo indipendentista e federalista che
aveva riposto nel Carroccio le proprie speranze di cambiamento. La svolta
statalista e nazionalista intrapresa a Padova ha permesso di scoprire le vere
intenzioni di chi per anni, solo a chiacchiere, ha promesso ed annunciato un
grande cambiamento nella struttura organizzativa di questo malandato e ridicolo
paese. Salvo poi comportarsi come e, se possibile, anche peggio di quegli
stessi partiti su cui si poggia un regime nei fatti mai avversato.
Abbiamo
parlato di queste e di altre problematiche, con il Professor Marco Bassani,
associato di Storia delle Dottrine Politiche e Storia del Pensiero Politico
Contemporaneo all’Università Statale di Milano, e considerato da tutti l’erede
ed il prosecutore del pensiero dell’indimenticato Gianfranco Miglio, grande
storico del federalismo e punto di riferimento ideologico per chi ancora crede
in un’organizzazione statale totalmente agli antipodi di quella centralista che
tanti danni ha provocato e purtroppo continuerà ancora a provocare”.
Professor
Bassani, in un’intervista rilasciata alcuni giorni fa, ha lasciato intendere
che grazie a Salvini, Renzi potrebbe governare tranquillamente per altri 30
anni. Da quali elementi, nasce questa sua analisi così impietosa e, per certi
aspetti, inquietante?
“Sono partito dal
presupposto tangibile che in realtà ciò che ha fatto la Lega negli ultimi anni,
non è stato tanto abbandonare quelle politiche su cui ha poggiato il proprio
consenso, ma continuare ad inseguire ciò che in realtà proprio ottenere perché
non potrà mai andare oltre il 15-20%. Se a ciò consideriamo che ciascun partito
ha più o meno le percentuali che sappiamo, si capisce come e perché Renzi
riesca a governare anche con poco più di 2 milioni di voti. Si è ricostituita
per intenderci la stessa situazione degli anni ’70 con cui l’intero arco
costituzionale, inglobava tanto l’estrema destra con l’MSI di Almirante, quanto
l’estrema sinistra con il PCI. Ecco perché occorrerebbe un qualcosa che rompa
lo status quo, anche se lo spettro politico è ristretto, con Renzi che è
destinato a ricalcare ciò che a quei tempi ha fatto la DC. Salvini sotto questo
punto di vista serve a questo regime per mantenere, in un alveo facilmente
controllabile, il dissenso. Chi propone fantascientifici abbandoni dell’Euro
mantenendo in vita però al tempo stesso il fallimentare sistema italiano, vuole
fermare gli sbarchi, prendersela con gli immigrati clandestini ed i ROM vende
solo fumo e sogni totalmente irrealizzabili. Uscire dall’Euro, che chiariamo
resta un’operazione sballata per come è stata concepita, in questo momento poi è catastrofico perché
polverizzerebbe in un colpo solo la ricchezza dei cittadini. Solo la
riproposizione autentica delle tematiche territoriali, può salvarci da uno sfascio
che ritengo ormai inevitabile”.
Che idea si è
fatto della proposta di sottoporre a referendum l’ipotesi di un’ampia autonomia
per la Lombardia?
“Chiariamo doverosamente
un punto cruciale: non si tratta di ampia autonomia, bensì di utilizzare al meglio
l’articolo 116 della Costituzione. Non è affrontata in realtà in modo corretto
la grossa problematica della rapina fiscale perpetrata ai danni della Lombardia,
che lascia ogni anno a Roma la bellezza di 57 miliardi di Euro, sotto forma di
residuo fiscale. Residuo fiscale significa che dall’intera tassazione si
tolgono quei beni e servizi erogati dallo stato alla Lombardia. La restante
parte, pensi, viene attribuita un po’ al Sud, ed un po’ paradossalmente a
quelle aree dell’Europa che in realtà non ne hanno neppure bisogno. L’Italia è
così stupida perché non solo si permette di elargire questi soldi a chi non li
chiede, ma non si preoccupa neppure di restituirli ai cittadini. Non è mai
calato di un centesimo questo scippo, neppure quando ha governato la Lega. In
realtà il residuo fiscale è il bottino che si spartisce questa classe politica
che fra le altre cose affama il Sud, da sempre assistito e sottosviluppato, e
buono solo come serbatoio di voti da cui poter attingere all’occorrenza. La
morale di questa favola, è che il lombardo viene dissanguato e derubato, mentre
invece il meridionale è costretto a scappare dalla propria terra, semplicemente
per poter sopravvivere. Assistenzialismo significa da sempre totale negazione
di sviluppo autonomo e ricchezza”.
La svolta
statalista della Lega Nord, di fatto ha posto fine ad un grande inganno,
perpetrato nei confronti degli indipendentisti e dei federalisti e durato oltre
30 anni. Cosa dovrebbero fare secondo Lei quei tanti movimenti territoriali
presenti sul territorio italico, per poter ancora sperare di cambiare una
situazione che sta per esplodere in tutta la propria virulenza?
“Ottima domanda,
da cui parto da questo dato di fatto: solo apparentemente la Lega Nord ha
lasciato un’ampia prateria alla galassia indipendentista e federalista, un po’
come accadeva fra il PCI e la sinistra negli anni ‘70. Il Carroccio oggi vuole
fare l’asso pigliatutto sia sul versante nazionalista che su quello
indipendentista, perché ha sempre assorbito ed inglobato tutti coloro i quali
si richiamano a quel tipo di proposta politica, che si fonda sull’affrancamento
delle singole realtà territoriali. In realtà abbiamo ormai abbondantemente
capito che non abbandonerà mai questo campo, perché cambia di volta in volta il
nemico. Prima era il Sud assistito e la Roma dei palazzi del potere, adesso è
l’Europa magari alleandosi con i fascisti e la Le Pen. Per poter sperare in un
qualcosa di vero, c’è bisogno della sparizione totale della Lega Nord.
Bisognava forse spingere nell’ipotesi di una vera confederazione fra movimenti
indipendentisti, nel momento in cui la Lega era in forte calo. Il progetto
Popoli Sovrani mi sembra comunque buono, anche se occorrerà del tempo per
poterlo concretamente realizzare. Quel che è certo è che indubbiamente adesso
c’è un grosso vuoto ideologico perché chiunque potrà sbugiardare d’ora in poi
la Lega sulle questioni riguardanti il federalismo e l’indipendentismo, visto e
considerato che si è alleata con la destra fascista per le ragioni che le
esponevo precedentemente”.
Parliamo del Sud.
Cosa dovrebbe fare, secondo lei, il Mezzogiorno per provare a riscattarsi da
oltre 150 anni di sviluppo e degrado?
“Parliamoci
chiaro: il Sud è la parte perdente di questo sistema centralista perché è
assistito da oltre 150 anni. È stata artatamente creata una società basata su
un sistema fallimentare perché come diceva Sturzo poteva andar bene l’unità
culturale, ma non certo quella economica, com’è invece poi accaduto. Dovrebbe
perciò acquisire la consapevolezza che questo sistema che gli riversa ogni anno
un fiume di quattrini, va contro la regola aurea che ognuno deve vivere con ciò
che produce. Con questi danari, deve rendersi conto che continuerà ad essere
schiavo. Poi deve capire che non deve avere mai paura di sé stesso, e questo
perché esistono anche lì da voi persone perbene e francamente non capisco quale
possa essere il nesso di collegamento con le classi politiche colluse con la
mafia e la camorra. Semmai è dal potere centralista di Roma che nascono i
collegamenti con la malavita. La vera povertà sta piuttosto nell’incapacità di
occuparsi da soli dei propri problemi: sotto questo punto di vista allora sì
che possiamo affermare che il Sud è poverissimo. Sia perché non vuole
rinunciare ai soldi del Nord, sia perché dovrebbe convincersi che è meglio
andare avanti liberi ed indipendenti. Al Mezzogiorno non manca davvero nulla
per potersi sviluppare ed affrancare: risorse, eccellenze ed anche forza
produttiva. L’unico problema è piuttosto di carattere squisitamente culturale,
perché ancora non ha capito che può fare a meno di una classe politica romana
che la sottopone ad un’assoluta dipendenza che ne distrugge, ripeto, la
ricchezza e ne limita pesantemente e sostanzialmente la libertà. Mi rendo
perfettamente conto che parlare in questi termini di problematiche simili, in
alcune zone del Mezzogiorno è assai difficile e complesso. Ciò che avete perso
in questi ultimi anni, è qualcosa di enorme. Sognavate che con l’ingresso in
Europa, potevate essere assistiti dal resto d’Europa, così come lo siete stati
per interi decenni, a spese di regioni come la Lombardia ed il Veneto. Ma così
non è stato, semplicemente perché la Germania non ha voluto essere ciò che è la
Lombardia nel sistema itagliano, ovvero, si è opposta ad una prassi che invece è del tutto immorale, ma che purtroppo rappresenta la regola alle nostre latitudini. Esiste un sistema
di welfare generalizzato e radicato, poggiato sull’assistenzialismo, che però
sta per esplodere e questo rappresenterà sicuramente un grosso problema sociale
dalle vostre parti, soprattutto nell’immediato futuro”.
Pagliarini ha
ipotizzato nel 1998, l’ipotesi della doppia moneta al Nord ed al Sud. Ritiene
ancora attuale questa proposta, alla luce del fallimento dell’Euro così com’è
stato concepito?
“L’Euro,
ribadisco, è stato un disastro assoluto, ed è anche peggio secondo me uscirne
adesso. Quando lo hanno introdotto, qualche economista ha fatto giustamente
notare che all’interno di questa Europa il fattore di misurazione della
ricchezza non era di 100 a
50 così come accade fra le contee più ricche e povere degli Stati Uniti, bensì
solo di 100 a
10. Con questo piccolo esempio, voglio solo evidenziare che non è possibile
avallare un’operazione del genere per Milano, Reggio Calabria o Hannover, che
sono aree economiche che presentano profonde differenze fra loro. Sono
piuttosto decisamente a favore per la nascita delle monete d’area, che siano
espressione dei parametri economici e territoriali delle varie aree cui si
riferiscono. Il Sud è stato devastato dall’euro, ad esempio in settori-chiave
come il turismo perché non ha retto la concorrenza di paesi come la Germania,
la Francia, la Spagna ed il Nord-Europa. Già era difficile, giusto per fare un
esempio a noi vicino, il confronto con località come ad esempio Rimini,
figuriamoci poi doversi cimentare con il resto d’Europa. Per rendere
ulteriormente l’idea, chiediamoci quanti tedeschi vengono ogni anno al Sud.
Pochi, pochissimi, e questo semplicemente perché non esistono strutture
all’altezza, a causa dell’economia assistita che ha impedito ogni forma di
sviluppo di un vero e proprio tessuto imprenditoriale meridionale. Il problema
dell’Europa è che l’Europa è una grande Italia, mentre l’Italia è una piccola
Europa. Questi sistemi che poggiano sull’esistenza di monete che non riflettono
dati macroeconomici omogenei, sono per forza di cose destinati a fallire. Ed in
tal senso, ritengo l’idea di Pagliarini attualmente ancora assai valida!”
Luigi Marco Bassani (Hinsdale, 30 maggio 1963) è uno storico delle dottrine politiche italiano.
Laureatosi a Pisa dopo aver compiuto i propri studi tra Pavia, Boston e Berkeley, è studioso che si è occupato principalmente della tradizione americana (da Thomas Jefferson a John C. Calhoun) e delle questioni teoriche che riguardano il dibattito sul federalismo. Già collaboratore del professor Gianfranco Miglio all'interno della Fondazione Italia Federale, attualmente insegna Storia del pensiero politico contemporaneo e Storia delle Dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell'Università degli Studi di Milano.
Con Alessandro Vitale e William Stewart ha lavorato ad un corposo dizionario enciclopedico sui temi della teoria federale (I concetti del federalismo), pubblicato all'interno della collana "Arcana imperii" curata dal professor Miglio per l'editore Giuffrè. Insieme a Carlo Lottieri e Mauro Maldonato ha pure curato una collana sulla storia delle idee politiche ("Sfere della libertà", edita da Guida).
Le sue ricerche principali sono state orientate ad evidenziare la
tensione esistente tra la tradizione politico-culturale dell'Europa
(centrata sulla nozione di sovranità)
ed il pensiero americano (nel quale hanno un ruolo fondamentale la
questione dei diritti naturali individuali ed una teoria delle
istituzioni che valorizza - grazie al federalismo - il pluralismo e la competizione).



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