Fa un certo effetto rileggere oggi questa frase di Umberto Bossi. Soprattutto ora che il Senatur non c’è più. In quelle parole c’era un’intuizione politica chiara: senza il Sud, il Nord non avrebbe mai potuto portare a termine quel cambiamento di cui, ancora oggi, abbiamo bisogno.
Quel progetto — una sorta di “tenaglia” contro il centralismo romano — non si è mai realizzato. Non per impossibilità, ma per scelta. Il patto con la Lega Sud si è spezzato. E si è spezzato dentro il Carroccio, con il Consiglio Federale del 2003 che lo rinnegò in maniera subdola e vigliacca. Chi è venuto dopo — da Salvini a Calderoli — non ha mai davvero creduto fino in fondo in quella visione. Troppo più conveniente adattarsi al sistema che combatterlo. Troppo più semplice occupare spazi di potere, piuttosto che cambiarne le regole.
E così, il progetto migliano è rimasto incompiuto. Bossi, nel bene e nel male, è stato molto più di un leader politico. È stato uno dei pochi a mettere realmente in discussione lo Stato così com’è. Negli anni ’90, la Lega Nord fu una rottura autentica. Parlava di federalismo, autonomia, libertà dei territori. Temi che allora erano semplicemente fuori dal dibattito. Al Sud non furono compresi fino in fondo, anche per via di un linguaggio spesso e volentieri provocatorio.
Ma andando oltre la superficie, quella proposta aveva una coerenza. E, per quanto mi riguarda, una forza convincente. Da allora non ho mai cambiato idea. Sono un federalista da quasi 30 anni. E lo sono da napoletano.
Proprio per questo dico una cosa semplice: il federalismo — quello vero — farebbe bene a tutto il Paese. Non solo al Nord. Ma anche, e soprattutto, al Sud. La svolta mancata ha un momento preciso. Quando Bossi allontanò Miglio. Da lì, la Lega ha iniziato a trasformarsi. Fino a diventare parte di quel sistema che diceva di voler combattere. Il resto è storia recente.
E il federalismo? Scomparso. Cancellato. Dimenticato. Questa è la vera eredità mancata. Non un partito. Ma un’idea. Un’idea che avrebbe potuto cambiare questo Paese. E che, forse, può ancora farlo.
Francesco Montanino


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